Recensione: Storia di un torbido amore, Horacio Quiroga

Horacio Quiroga, per chi non lo conoscesse, è un autore uruguayano vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Un momento di grande fervore storico quanto letterario nel panorama della letteratura ispanoamericana ha catterizzato dunque la vita di questo scrittore. Considerato il fondatore del racconto ispanoamericano, Quiroga è stato autore di molte raccolte di racconti, pubblicate a partire dal 1917, e di un unico romanzo, Storia di un torbido amore, per di più molto breve. Tradotto da Elisa Montanelli e pubblicato per la prima volta in Italia da Intermezzi EditoreStoria di un torbido amore è il suo primo e ultimo romanzo nonchè la sua prima opera pubblicata, dal momento che è del 1908. Probabilmente questo romanzo diede il via all’opera di Quiroga, vi troviamo infatti temi ricorrenti in tutte le sue successive pubblicazioni: l’amore, la natura, l’essere umano, la città in contrapposizione al Verde, la follia.
La trama ruota intorno a un giovane uomo con problemi allo stomaco, probabilmente e quasi sicuramente di origine psicosomatica (ovvero: se sei stressato o emotivamente messo alla prova dagli altri e soprattutto da te stesso, sono affaracci amari). Rohán, questo il nome del protagonista, vive di rendita grazie al padre e decide di lasciare gli studi da ingegnere per poi essere assunto dal Ministero dei Lavori Pubblici. Quando inizia a frequentare la casa delle sorelle Elizalde si trova bene, è sempre accolto con calore e referenza, quest’ultima dovuta alla sua ricchezza, dalla madre e dalle figlie Lola, Mercedes ed Eglé. Tuttavia Rohán ha poco pù di vent’anni e sente il bisogno di fuggire dalla quotidianità per scoprire l’Europa, vivendo per qualche tempo anche a Parigi.
Il romanzo ha inizio con il suo ritorno a Buenos Aires, dopo un anno e mezzo di assenza e di vita vissuta in campagna alla larga dalla città, e procede secondo continui flashback a prima del viaggio in Europa, durato ben otto anni. Quello che mi ha colpita di questo romanzo è l’infatuazione, se così si può definire, di Rohán per Eglé, la sorella minore. Lui aveva vent’anni quando la conobbe per la prima volta, lei invece ne aveva solo nove. Il modo in cui Quiroga ha presentato e raccontato questa infatuazione ha sia del tenero sia del marcio. Marcio inteso come qualcosa che dà fastidio agli occhi e al naso, come il turbinare verso l’oscurità di una foglia che in autunno marcisce, ma che conserva intatta tutta la sua bellezza anche dopo esser diventata marrone.
Non c’è alcun richiamo, alcuna allusione a qualche elemento che possa condurci alla parola con la P. Anche perché Rohán parte il giorno dopo essersi accorto della sua attrazione, possiamo dire gravitazionale più che sentimentale in quel momento, intorno ad Eglé; tornerà otto anni dopo, quando lei avrà diciassette anni e lui vent’otto. Ovviamente, anche considerando questo salto di otto anni, la situazione ci fa storcere il naso. Tuttavia qui ci troviamo agli inizi del Novecento, a Buenos Aires, e siamo in una storia letteraria. Inoltre sfido chiunque a leggere questo romanzo e a trovarci un solo elemento maligno, malsano e maledettamente malato. Quiroga ha la forza e la capacità di presentare una storia delicata, come lo è il primo amore di ognuno di noi; torbida (come ci avverte il titolo stesso), come è torbido uno stagno toccato dal cadere della pioggia; confusa, come ogni essere umano è confuso quando è messo di fronte a situazioni e a cose che non riesce a toccare né comprendere né apprezzare. I temi della propria interiorità, della gelosia, del dolore psichico e fisico insieme sono tutti collegati al tema principale, che è quello dell’amore, in un modo così viscerale e sincero che non si possono avere dubbi sull’onestà di Quiroga come scrittore.
A mio avviso una delle bellezze della letteratura e di conseguenza della lettura è quello di riconoscersi in alcune pagine, in alcune righe o in alcune metafore e provare sollievo. Sollievo perché non si è mai soli e perché c’è sempre qualcuno, chissà dove e chissà quando nel mondo, che ha partorito la nostra stessa idea. Horacio Quiroga è una di quelle persone, leggetelo e non ve ne pentirete.

“Le sue torture erano caratterizzate, com’è naturale, da bruschi salti dall’odio all’amore, e viceversa; e questo con la rapidità e la mancanza di transizione che ben conoscono le persone che hanno sperimentato, almeno per due secondi, l’inferno della gelosia.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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2 pensieri su “Recensione: Storia di un torbido amore, Horacio Quiroga

  1. radiocanza

    Recensione intelligente, mi ha incuriosito molto! Il tema trattato è quantomeno scomodo, forse più oggi che al tempo della pubblicazione. Scomoda non solo per la parte marcia con riferimenti vaghi a quella parola con la P e con la quale paradossalmente oggi abbiamo più confidenza, ma anche per la parte tenera. Probabilmente dall’abilità di muoversi in questi territori di confine si vede la grandezza di uno scrittore. Anche se mi sembra di capire che Quiroga fa una scelta “paraculo”: il racconto è in prima persona ma oggettivo. L’autore si limita a descrivere i fatti e lascia al lettore il giudizio alle intenzioni. Ho capito bene? Si tratta di una scelta per questo romanzo o appartiene allo stile dello scrittore?
    Ho curiosato nella biografia di Quiroga. Ad un certo punto della sua vita, decide di ritirarsi in Amazzonia. (Adesso la sparo grossa ma) si potrebbe vedere come una fuga dall’incoerenza del pensiero umano al quale mostra disinteresse anche nella sua opera?

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    1. Leggo solo ora, quello che dici è giusto! Non ho letto altro di Quiroga per il momento, ma visto che si tratta di uno dei primi scritti in assoluto potrebbe anche essere un esperimento sotto il punto di vista del tipo di narrazione. 🙂 Per quanto riguarda la fuga in Amazzonia, io non la leggerei con troppa filosofia, invece terrei presente che il periodo storico e politico non era dei più calmi e Quiroga lo sapeva molto bene e credo fosse stanco di tutto quel caos.

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