Recensione: Umami, Laia Jufresa

SURns2_Jufresa_Umami_coverUmami è un romanzo corale, scritto da Laia Jufresa e pubblicato da SUR edizioni. Laia è infatti una scrittrice messicana, pubblicata già in precedenza su riviste e antologie, che fino al 2014 ha prediletto la forma del racconto, ma poi, nel 2015, è riuscita a chiudere la partitura di questo romanzo corale e ne è venuto fuori Umami. Decisamente tra i migliori 10 libri che ho letto nel 2017 e sono contenta che sia stato un regalo, inaspettato, tanto materiale quanto intimo.
Racconta della ricca vivacità di un comprensorio di case chiamato Villa Campanario nella calda Città del Messico, dove ogni abitazione ospita una famiglia, quel che resta di una famiglia, oppure magari l’elemento di base per costruirne una, prima o poi.
Essendo un romanzo corale le voci che vi compaiono sono varie, si va da quella di una bambina di 5 anni, Luz, affogata in un lago, a quella di diversi adulti, Alfonso l’antropologo, Linda la mamma musicista, Marina la ragazza che inventa parole, passando nel mezzo attraverso le voci di due adolescenti, Ana e Pina amiche-nemiche.
Tra queste tre categorie, ho preferito senza ombra di dubbio la voce della piccola Luz e, seconda nella classifica, quella di Alfonso, il quale a sua volta e a suo modo racconta qualche episodio della vita della sua Noelia, morta alla precoce età di 55 anni.
Nonostante Noelia non sia un personaggio vivente all’interno della storia, è molto importante, direi piuttosto fondamentale, per la narrazione stessa. Senza di lei non potremmo imbatterci nel concetto di “figlitudine”, ovvero un ragionamento incentrato sulla difficoltà dello smettere di essere figli e basta a favore del divenire o meno un genitore, sul fatto che non è facile rimanere figli per tutta la vita, senza lasciare nulla di concreto dietro di sé. Certo è che io potrei cercare di spiegarvi il concetto di figlitudine per altre mille e più parole, ma non sarò mai esaustiva quanto Noelia, Alfonso e Laia Jufresa insieme; è una sensazione che dovete percepire e rintracciare tra le righe di Umami e in questo non posso esservi di aiuto, posso però consigliarvi di acquistarlo e di non lasciarvelo scappare.
Un altro tema interessante è proprio quello introdotto dal titolo: Umami. Che cos’è l’umami? Innanzitutto, si tratta di un termine giapponese che si avvicina molto alla traduzione di “delizioso, saporito, gustoso, qualcosa di soddisfacente”; secondo il mio personale parere, l’umami non rappresenta solo un gusto da aggiungere a quelli tradizionalmente presi in considerazione per le descrizioni del cibo (dolce, amaro, salato, acido), ma racchiude nel suo significato anche un modo di sentirsi in conseguenza a un pasto. È piacere e godimento nel mangiare.
Forse proprio in funzione dell’umami compare in questo romanzo il personaggio di Marina, giovane ragazza che ha abbandonato la propria casa in cerca di una vita tutta sua, anche se non sa ancora cosa significhi “sua”. Ha una creatività fuori dalla norma, inventa nomi di colori accostandoli alle sensazioni o alle situazioni. È uno spirito artistico, tanto che sta studiando storia dell’arte all’università mentre lavora per mantenersi e poter pagare l’affitto. Marina ha problemi con il cibo, relativamente seri, e sta andando in terapia per risolverli. Tuttavia, come qualsiasi percorso di psicoterapia, più scava e più trova problemi da dover risolvere, per esempio il suo non riuscire a trovare una voce, un modo di fare, un modo di sentire e provare affetto, per questo cerca di emulare i comportamenti di chi la circonda. Adesso che le sue sensazioni ed emozioni sono state smosse dalla sua dottoressa, è arrabbiata con tutto, soprattutto con sé stessa e con la sua inadeguatezza. Aveva un rapporto conflittuale con il padre ed era arrabbiata con lui, e per capire che non sarebbe andata lontano nella vita se avesse continuato a vivere e lavorare accanto a lui ci ha impiegato vent’anni. Io le sono affezionata e mi è piaciuto conoscere la sua storia, intensa e fuori posto come lei, che si intreccia ad arte tra le vite degli altri personaggi senza neanche volerlo.
Anche Luz, come Noelia, è morta. Anche lei rivive nei racconti degli altri personaggi come quello di sua sorella Ana e di Pina l’amica di Ana, nei ricordi di Alfonso e di Marina. Tuttavia il suo personaggio non solo compare nei racconti degli altri, ma prende la parola. Luz è infatti una delle voci del coro di Laia Jufresa ed è, come dicevo, la mia preferita. Mantiene tutto il suo candore e la sua innocenza da bambina di 5 anni quale è, e fa divertire leggere il suo raccontare della caccia ai funghi insieme alla famiglia, fa anche rabbrividire però quando si accorge di essersi persa, che si è fatto buio, che cade e si continua a sporcare con il fango e che, rientrata a casa, nota che nessuno si è accorto o preoccupato della sua assenza, e la mamma è strana – i funghetti speciali della nonna – e dice di essersi trasformata in pesce e poi tornata in sé. Forse è per questo che Linda ha smesso di suonare, di ascoltare canzoni che parlano di mare, acqua, pesci e simili. Forse è il senso di colpa delle madri, l’innocente quanto schiacchiante, soverchiante senso di colpa dovuto semplicemente a un legame dettato dalla biologia, dal dna, dal miracolo della vita che dà quanto toglie.

“Nessuno può metterti davvero in guardia ma i morti, o almeno alcuni di loro, si portano via con sé abitudini, anni, interi quartieri. Cose che credevi condivise ma in realtà erano tutte loro. Ed è giusto, dico io. Patti chiari, lutti lunghi.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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