Recensione: Happy hour, Mary Miller

18697853_10213200257510826_1729358228_oHappy hour di Mary Miller, pubblicato da Edizioni Black Coffee, è una raccolta di racconti unita da un’unica costante: le donne. Le protagoniste di tutte queste storie raccontano la propria vita a volte a cuor leggero ma sempre senza peli sulla lingua. Sullo sfondo c’è il Sud degli Stati Uniti che fornisce discrete opportunità alle ragazze della Miller, le quali però sono bloccate da un’abulia che non lascia loro spazio per agire.
In certi racconti risulta facile simpatizzare per le sfortunate perché viene spontaneo chiedersi se non fosse potuto accadere anche a noi o se mai ci potrà toccare in sorte un simile destino. In altri invece la sensazione che rimane è un’amara conferma della nostra fortuna, quindi il pensiero va a tutte le donne che invece non sono riuscite a trovare la forza di reagire, di andare oltre la semplice intuizione del “merito di più” oppure del “posso fare meglio di così”.
La caratteristica che ho apprezzato maggiormente facendo attenzione alla scrittura di Mary Miller è il suo linguaggio diretto, anche se definirlo così è un eufemismo. Emergono certe riflessioni e pensieri a carattere sessuale che mostrano senza utilizzo di filtri la dipendenza delle protagoniste a questo genere di relazioni, ogni volta presentati dall’autrice con distacco ed empatia al tempo stesso. Attenzione però, non troverete in questa raccolta descrizioni di rapporti sessuali spinti o di qualsiasi volgarità. Infatti la sorpresa sta tutta nella capacità della Miller nel parlare liberamente di quelle storie che risultano sempre scomode, a tratti surreali e, solo indossando paraocchi per cavalli, irreali, quando invece di queste cose se ne sente sempre di più parlare a bassa voce nei pub, nei bar, e nei commenti di qualsiasi social.

“A volte penso che chi si crede più sincero in realtà è più bugiardo degli altri.”

Prima vi ho scritto che i racconti di questa raccolta sono legati da un’unica costante, mi correggo, facciamo due (tre?), perché un ulteriore filo teso a tenere insieme le storie è la presenza del fumo e ancor di più: dell’alcool. Tutte, e dico tutte le donne di questi racconti si rifugiano dietro a bottiglie di birra e bicchieri pieni. L’alcool come via di fuga, ne avete già sentito parlare vero? Beh, qui è utilizzato come espediente per risolvere e mettere a tacere la sensazione di inadeguatezza, di insofferenza, di noia e della paura della solitudine. Di solito l’alcool viene definito “coraggio liquido” per quelle situazioni adrenaliniche, forzate e a volte estreme che altrimenti, apunto, non avremmo il coraggio di affrontare. Ma in Happy hour l’unica situazione avvertita dalle protagoniste come estrema è il semplice e quieto vivere, fare cose di tutti i giorni, stare con una persona senza il pensiero martellante del “prima o poi lo deluderò e lui non potrà fare altro che lasciarmi da sola”.
Altro tema forte secondo me in questa raccolta è il desiderio di maternità. In “Un amore grande, grosso e cattivo”, nella prima metà della raccolta, l’ho avvertito maggiormente. Parla di una ragazza che lavora in un istituto per bambini abbandonati o vittime di abusi e si nota subito il suo attaccamento a una bambina, Diamond, particolarmente difficile e alla quale dedica più attenzioni del dovuto. Questo è forse il mio racconto preferito di tutta la raccolta, anche se non ce n’è uno che non mi sia piaciuto.
In Happy hour ho trovato molte affinità di pensiero tra i miei e quelli delle protagoniste, ma per fortuna nessuna somiglianza con i vari comportamenti disfattisti. Di sicuro Mary Miller è riuscita a tracciare una interessante mappa del mondo femminile moderno, magari non di tutto ma sicuramente di una discretta fetta, al quale si dovrebbe prestare più ascolto.

“Tutti ti lasciano qualcosa; avremmo ben poco a questo mondo, senza le persone che abbiamo incontrato.”

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