Recensione: Le ragazze, Emma Cline

Voglio parlarvi di un libro che ho tenuto nella wishlist fin da quando ho saputo della sua iminente pubblicazione: Le ragazze di Emma Cline, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero BIG. Nata alla fine degli anni 80, Emma Cline esordisce con questo romanzo e sembra attirare su di sé una enorme attenzione. All’inizio lessi qualcosa a proposito su internet, poi sui principali inserti dei quotidiani e infine, a Natale, arrivò impacchettato tra le mie mani. Iniziai Le ragazze che era passato un mese, per vari motivi, e non mi riuscì di abbandonarlo. Non è la prima volta che un libro mi crea questa specie di dipendenza, ma sicuramente si inserisce nella lista di quelli che hanno saputo accendere una lampadina.

cline_le-ragazzeLe ragazze parla di adolescenza, crescita e regressione, di sesso e nuove scoperte, prime esperienze, droga e amicizia, amore, infatuazione e famiglia, di tutti i tipi. Evie è la protagonista adolescenziale tipica di un romanzo di formazione, e da adolescente quale è non mi aspettavo un chissà quale stravolgimento di questo tipo di ruolo. Ragiona come una ragazzina perché è ancora solo una ragazzina, con tanto di dubbi e desideri e insicurezze. Si comporta come un fantoccio, sperando di non sbagliare un passo e di far contenti tutti, ma non riesce mai a esprimere quello che le passa davvero per la testa. È come se avesse disegnato una sagoma di cartone e ci si fosse nascosta dietro, invisibile.
Il rapporto madre-figlia è affrontato a mio avviso abbastanza bene, limpidamente, considerando che il punto di vista è quello di una ragazzina che cerca di crescere indipendente da tutto e lotta costantemente contro questa madre che non la vede affatto perché troppo occupata a rimettere insieme i pezzi della sua vita. In un certo senso madre e figlia sono uguali, più simili di quanto non credano, almeno nel periodo trattato nel romanzo. Evie infatti cerca di capire e far emergere chi è, mentre la madre cerca di ritrovare quella che era qualche anno prima. Entrambe sono alla ricerca di sé stesse ma non riescono ad aiutarsi, quasi si ignorano, si prendono in giro ed è un peccato, sarebbe bastato guardarsi bene negli occhi, fare un respiro profondo e iniziare a parlare davvero.

Non mi è piaciuto invece come la Cline abbia affrontato il tema dell’amore-sesso-dipendenza, o meglio del rapporto delle ragazze con Russel, il mitomane del campo. Dalla sua descrizione fisica si capisce come possa risultare affascinante per delle ragazzine senza punti di riferimento se non lui e i suoi discorsi, che sembrano usciti da un incontro hippie dal gusto dolciastro. Tuttavia, ma forse è solo il mio gusto personale, l’attrazione magnetica di Evie verso Russel e soprattutto verso Suzanne, verso questa specie di vita in comunità, e il suo sforzo di ignorare la sporcizia, il cibo pescato dalla spazzatura, il sesso senza freni, le droghe a qualsiasi ora del giorno e della notte, tutto questo sforzarsi di incastrarsi con il vuoto lasciato da un pezzo di un puzzle non mi convince. Come in ogni romanzo di formazione con protagonisti adolescenti, quello che non mi convinceva erano proprio gli sforzi che questi protagonisti facevano per stare al passo col mondo che inseguivano, non con quello reale. L’ingenuità che ne emerge mi provoca rabbia, come se mi sentissi in colpa di non averli aiutati in qualche modo, avergli detto: “Ehi, è solo una fase. Aspetta e vedrai che passerà. Nel frattempo divertiti e non preoccuparti.”
Forse un riuscirò a trovare un romanzo in cui riesca ad apprezzare, ad almeno l’ottanta percento, il modo in cui il protagonista adolescente racconta la sua storia; non è ancora successo. Anche se devo ammettere di aver apprezzato molto come la Cline abbia descritto il rapporto tra Evie e Connie, riportando inevitabilmente a galla alcuni ricordi impolverati. Connie è vittima della stessa malattia di Evie: l’insicurezza adolescenziale. La differenza tra le due sta semplicemente nel modo di fare, nel carattere: Connie attacca, Evie schiva. Anche qui mi è dispiaciuto leggere del declino del loro rapporto, da inseparabili a invisibili, ma sappiamo tutti che la crescita si porta via molte cose, tra cui anche qualche persona.

Verso la fine del libro c’è una frase che mi ha davvero colpita e che sceglierei se dovessi riassumere il libro in poche parole: “Tutti vogliamo essere guardati”. In questa frase c’è tutto, ci sono tutti i personaggi di questa storia, tutti gli stati d’animo. Questa frase contiene il romanzo.
Capisco molto bene l’entusiasmo generale per questa pubblicazione. Per essere un esordio la Cline ha trattato alcuni temi in modo efficace, come il rapporto madre-figlia, l’amicizia, la crescita, la solitudine, altri invece non è riuscita a rinnovarli, tuttavia il modo in cui li ha proposti non mi è dispiaciuto. Ho letto da qualche parte una critica che definisce lo stile della Cline “eccessivamente pomposo”. Non sono affatto d’accordo. Secondo me alcune scelte lessicali sono state azzeccate ed erano necessarie per trasmettere le atmosfere necessitate dalla stessa storia. E in tutta sincerità non ritengo che il suo stile possa essere definito pomposo, di certo neanche ricercato, ma questa è una questione di attinenza alla storia. Parliamo pur sempre di una signora sui cinquanta, sola e nostalgica, che racconta le sue avventure di quando era una ragazzina e non sapeva opporre resistenza al vento dei cambiamenti.
Sicuramente un esordio ben piazzato, congeniato abbastanza bene nonostante le debolezze della trama e di uno stile che deve meglio definirsi. Concludo dicendo che il grido al capolavoro è quindi esagerato, ma il mio consiglio è comunque quello di leggerlo, perché a mio avviso non ve ne pentirete.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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