Recensione: Ancóra, Hakan Günday

Ancora_webIl libro

Gâza è un bambino di nove anni cresciuto senza madre da un padre padrone, Ahad. Gâza ha imparato una cosa della vita, quella che per lui è una legge suprema: sopravvivere a qualunque costo. Gâza è un trafficante di immigrati, aiuta il padre che fa questo lavoro da moltissimo tempo e sembra non sia fare altro. Tuttavia Gâza sembra addirittura più bravo, più portato di Ahad, una dote innata. Il lavoro lo incattivisce, lo fa diventare un mostro.
Decide di voler studiare gli esseri umani. Così trasforma la cisterna in un piccolo centro di osservazione, installando telecamere più o meno nascoste. Prende appunti come un vero scienziato, come un sociologo che deve studiare le ragioni che inducono le persone a rinunciare ai loro diritti solo per raggiungere un luogo diverso da quello natio, nella speranza di riacquistare quegli stessi diritti che ormai hanno perduto con la scelta di intraprendere il Viaggio.
La trasformazione di Gâza in bestia è completa quando, dopo essersi invaghito di una ragazza presente in uno dei tanti carichi di persone, decide di volerla conquistare preparandole una cena, in realtà compra alcune pietanze nei ristoranti della zona. La ragazza però non sembra entusiasta dell’idea che il suo trafficante voglia restare da solo con lei… Così, al rifiuto e all’orrore dipinto negli occhi di lei, Gâza sente rompersi qualcosa dentro di lui.

Non sapevo che mi temessero tanto. Non sapevo di fare così paura… E tutto questo non sarebbe mai cambiato… Ormai di fronte a me avevo solo due alternative: lasciare per sempre quella casa, quella vita e fuggire lontano da quelle persone che mi vedevano come un mostro, oppure…

Da questo momento il comportamento di Gâza si fa sempre più simile a quello di una fiera in gabbia, decisa ad escogitare le mosse più adatte per uscire da quella prigione. Finché il suo stesso inferno non decide di fagocitarlo.
Gâza si ritrova sotterrato dai cadaveri degli immigrati che stavano trasportando con il padre. L’incidente lo cambierà ancora, accentuando il suo lato insofferente e determinato, che lo porterà ad annullarsi e a subire un ulteriore capovolgimento… Da carnefice a vittima.

Estratto

L’ossigeno era una maledizione a cui non si poteva sfuggire, perché non potevo fare a meno di respirare. E respiro dopo respiro mi sembrava di essere veramente un faraone sepolto vivo nella propria tomba.

Commento

Hakan Günday con Ancóra ci parla veramente di molte cose, dalla Turchia come ponte fra due mondi alla riduzione dell’essere umano a bestia, dalla folle e spregiudicata razionalità alla dolcezza della speranza infranta, dal mare alla terra, dall’appartenenza al possesso. Sinceramente non ho idea da dove iniziare, perciò credo che mi lascerò trascinare dai pensieri elaborati in questi giorni.
In Ancóra la vittima si trasforma in carnefice con il solo scopo di sopravvivere. assistiamo a un ribaltamento di ruolo così repentino e drastico da lasciarci perplessi, da farci chiedere se davvero tutto questo può essere reale. Mi sono chiesta molte volte in corso di lettura se il personaggio di Gâza fosse o meno ispirato ad una persona in carne e ossa, ma temo la risposta. Un trafficante bambino spietato e incattivito rinuncia alla sua vita consapevolmente, per vivere l’inferno. Chi di voi crederebbe alle proprie orecchie se qualcuno vi raccontasse una storia simile? Eppure Hakan Günday ce l’ha raccontata, e l’ha fatto anche molto bene. Così mi sono messa comoda, ho ritagliato tutto il tempo necessario per arrivare all’ultima pagina, e ho intrareso quest’avventura con il cuore in gola. Pian piano la lettura scorreva e davanti agli occhi si disegnavano scene incredibili.
La cosa che mi ha colpita di più è stato l’amore-odio di Gâza, un figlio sotto il giogo di un padre padrone spietato che invece di salvare il proprio bambino lo ha reso schiavo di un sistema che non tollera debolezze, e che alimenta la parte più animalesca insita alla fine in ognuno di noi, ma che in Gâza è costretta a sovrastare qualsiasi altra pulsione che lo possa rendere simile a una persona dotata di civiltà e buon senso.
Con il libro di Giuseppe Catozzella avevamo letto la storia delle vittime, straziante; adesso, con Ancóra, leggiamo la storia dei carnefici e delle vittime e poi delle vittime e dei carnefici, straziante anch’essa.
Questo è un romanzo duro, scomodo e fastidioso per chi ha una sensibilità particolarmente accentuata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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2 pensieri su “Recensione: Ancóra, Hakan Günday

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